Per
la prima volta dopo molti anni, un medico torna
a casa nel primo pomeriggio, abbandonando i pazienti, l'ospedale e tutto ciò
che da sempre è stato la sua vita. Entrato nello splendido salotto, si siede
sulla sua poltrona preferita e decide di fare il bilancio della sua esistenza,
spinto dallo stesso irresistibile desiderio che l'aveva fatto fuggire dal
lavoro. Una foto in un portaritratti d'argento gli ricorda subito il figlio
morto per droga, un'altra immagine lo spinge a cercare qualcuno in casa, ma il
silenzio lo disillude subito: la figlia anoressica sarà probabilmente dallo
psicologo e la moglie (che certo non lo attendeva) è dall'amante, come tutti i
mercoledì. Persino il cane non si sente, forse è in giardino: tanto, se ci fosse,
lo ignorerebbe.
Eppure il tempo dedicato all'ospedale era l'unico modo che aveva per stimarsi. Sentiva che quello che gli era richiesto dallo standard della sua professione non era sufficiente per i pazienti che assisteva. Dov'era il suo errore? Che non aveva capito che aveva preferito immolarsi anziché combattere per alzare quello standard che riteneva insufficiente.
Il fallimento della vita di quest'uomo deriva dal fatto che ha preteso di avere una famiglia e di amare degli esseri umani senza concedere loro l'affetto che desideravano: una vita agiata, ma né tempo né attenzioni per i figli e per la moglie. In questo caso la diagnosi è facilissima, ma ricordatevi la regola: non parlate a sproposito di amore se non fate nulla o fate poco per chi dite di amare!

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