sabato 12 gennaio 2013

Il difficile rapporto dei giovani con la fede


Oggi credere non è scontato né facile per nessuno. Non è più immediato per nessuno essere credente ed essere uomini e donne di questo tempo, appartenere alla Chiesa e appartenere alla trama di relazioni umane, lavorative, affettive che costiuiscono l’identità di ciascuno di no Il nostro è, da una parte, un tempo in cui la scelta della fede è un’opzione tra le altre che non gode di una particolare immediatezza, e dall’altra è un tempo in cui – ha affermato il Santo Padre – Dio scompare dall’orizzonte degli uomini, rendendo ancora più problematica la decisione per la fede. Anche sul tema del “risveglio del religioso” bisogna essere prudenti. Il card. Kasper ha proprio di recente affermato: «Il ritorno della religione […] spesso conduce a una religiosità vaga, diffusa, fluttuante, a una religiosità basata sul gusto individuale e su un fai da te sincretistico[…] sta tornando veramente Dio o stanno tornando, in realtà, gli dèi o gli idoli? Non si tratta forse semplicemente di un narcisistico innamoramento di sé stessi, che cerca il divino in noi ma non Dio al di sopra di noi?». Questa prudenza riguarda anche i giovani e in particolare i giovani italiani, che spesso dichiarano di essere religiosi e, in una percentuale altissima, di essere pure cattolici, di avere sentimenti di stima per la Chiesa e per il Papa e per molte istituzioni ecclesiali. Ora gli studi di settore – in particolare l’indagine curata da Riccardo Grassi – confermano l’invito alla prudenza. Spesso l’indicazione, da parte dei  giovani (la fascia di riferimento è 19-25), della. corrispondere – cito – «al bisogno di avere un riferimento morale (magari vago), che consenta di acquietare la coscienza e dare spazio  libero a uno stile di vita fondamentalmente areligioso». Questo non vuol negare in alcun modo che vi sia un bisogno di fede da parte dei giovani: ogni uomo e ogni donna ha bisogno di Dio, ma appunto la fede è un qualcosa che tocca la libertà, la vita, ed è appunto lì che noi dobbiamo puntare la nostra attenzione e non solo alle dichiarazioni né – per citare  un altro dato interessante e ambivalente in riferimento agli adolescenti e ai post-adolescenti – alla scelta dell’insegnamento della religione cattolica Ora cosa ci dice la vita dei giovani? Almeno tre elementi: il primo è il fatto che in pochi sono interessanti a frequentare corsi post-cresimali (per molti di loro quello che c’era da imparare sulla e dalla Chiesa, a 19 anni lo si è già appreso); il secondo è l’incredibile analfabetismo biblico (in Italia l’86 per cento di quell’88 per cento che si dichiara cattolico non ha mai aperto la Bibbia. Chi frequenta gli studenti universitari rimane sempre sorpreso da questo fatto); terzo: solo il 9,4 per cento dei giovani frequenta “almeno una volta alla settimana” il mondo ecclesiale (parrocchie, associazioni).  Se consideriamo che oggi la fede cristiana è presentata in mille toni e colori diversi: abbiamo cristianesimi in la minore (neocatecumentali), in sol maggiore (l’azione cattolica), in tonalità sfumate (i focolarini) ecc. Eppure i giovani il cristianesimo non lo cercano. In genere per loro è qualcosa di legato all’infanzia, all’adolescenza Che cosa testimonia tutto ciò? 
 Il dato è netto: negli attuali ventenni e trentenni vi è stato un cammino e una maturazione  di fede non completi. Come spiegarsi altrimenti la disinvoltura con cui disertano la messa domenicale? Che fede è una fede che non ha capito la Domenica? Che fede è una fede che non ha capito l’importanza della Bibbia? Che fede è una fede che non ha capito il senso dell’appartenenza effettiva. per i giovani di oggi il problema sia proprio a livello di fede, di sequela, prima ancora di indisponibilità al riconoscimento della vocazione. Non possiamo dare più per scontata la fede dei e nei giovani: fede intesa, non come vago sentimento di Dio, ma quale esercizio di incastonatura della propria libertà sulla parola del Vangelo. una generazione che non è contro Dio o contro la Chiesa, ma una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, perché non ha ricevuto alcuna in-formazione o ne ha ricevuto una molto incompleta circa la convenienza umana della fede una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, perché non ha ricevuto alcuna in-formazione o ne ha ricevuto una molto incompleta circa la convenienza umana della fede.

Cito alcuni svantaggi dei giovani verso la fede I nostri ventenni e trentenni vengono fuori da genitori fortemente investiti da quella sensibilità culturale che viene tecnicamente nominata “postmodernità”. Tali genitori, soprattutto sulla spinta dell’esperienza del Sessantotto, hanno lentamente preso le distanze dal mondo della fede e di una sua  prassi affidabile. Hanno smesso di pregare e non lo hanno. insegnato ai figli, hanno lentamente dismesso l’adesione alla verità della fede e non l’hanno potuta raccontare né testimoniare ai loro figli. I nostri giovani non hanno ricevuto in casa il primo annuncio della fede. Un secondo svantaggio dei giovani odierni verso la fede riguarda le condizioni attuali del loro esercizio della libertà. Per il quale esercizio della libertà il rapporto con futuro è necessario come il pane. i nostri giovani hanno un rapporto infelice con il futuro, il quale non appare loro più come promessa ma come minaccia. Ciò è all’origine del loro disagio attuale, di ciò che noi abbiamo imparato a nominare come  emergenza educativa, del loro vivere come sospesi al presente ciò che noi abbiamo imparato a nominare come  emergenza educativa, del loro vivere come sospesi al presente.  La ragione ultima è data dal fatto che, come  correttamente afferma don Sciortino, gli adulti stanno ponendo una grossa ipoteca sul futuro, la quale grava proprio sulle spalle delle nuove generazioni. Gli adulti di oggi, afferrati da un certo giovanilismo e coccolati dalla tecnica, stanno aggredendo progressivamente il futuro e lo stanno trasformando in una minaccia. Quale volto ha infatti il futuro per un giovane diciamo così normale? Ha il volto di una formazione universitaria confusa e poco collegata al mondo del lavoro, il volto di un precariato eccessivamente lungo, il volto di un mutuo che ti farà compagnia sino e oltre la morte, di una casa alla periferia di una grande città, di asili nido introvabili, il volto di uomini e donne sedute alle poltrone del potere finché morte non li separi. di un debito pubblico impossibile a pronunciare, tanti sono gli zeri, di una intramontabile crisi economica, di una società senza petrolio, di una concorrenza mondiale di indiani e cinesi da spavento, di un sempre possibile disastro ecologico. Questo c’entra con la fede. Perché senza futuro non c’è esercizio autentico e pieno della libertà e senza esercizio della libertà non ci può essere alcuna esperienza di fede, che presuppone la libertà come sua base umana e che della libertà si presenta come massima destinazione. “Inventare” un cristianesimo per i giovani significa, infatti:  sbloccare le loro antenne per Dio, curando le basi umane della fede favorire la crescita della loro libertà, contestando una società troppo consumistica e individualistica ritornare a comunicare di nuovo l’essenziale della fede. predisporre luoghi per la generazione alla e fede trovare maggiore unità tra di noi credenti adulti metterci un po’ a dieta, facendo meno ma facendo meglio e con entusiasmo e soprattutto: non avere paura di imboccare nuove strade.






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